A Genova, allo storico e stimato Dojo Giustiniani, propongo un corso di yoga per i bambini della primaria a cui possono partecipare anche i genitori. E’ un invito ad entrare nella magica “foresta dello yoga”, dove ad ogni incontro racconterò una meravigliosa storia, scelta tra le più belle del mondo. In queste storie i protagonisti sono gli animali che impareremo ad interpretare con le posizioni dello yoga: diventeremo forti come leoni e scattanti come rane, agili come tigri e saggi come elefanti.
Nella foresta dello yoga ci si diverte e si trova la forza per crescere sereni. Nelle lezioni attraverso esercizi fisici e respiratori, si migliora il coordinamento motorio, si rafforzano i muscoli e i legamenti, si aumenta la capacità di concentrazione e si alleviano le tensioni, con i canti, i rilassamenti, i giochi si sviluppa l’ascolto e il rispetto di sé e del proprio corpo, la gentilezza verso i compagni, l’empatia, l’amore per la natura.
Lo yoga aiuta i bambini ad avere un cuore che sorride sempre
Programma da ottobre a dicembre la sequenza di saluto al sole che dà forza e elasticità; le posizioni e le camminate degli animali il canto che libera il respiro sbloccando timidezze e paure; i mandala da colorare per trovare la serenità; le tecniche di rilassamento per imparare ad ascoltarsi; e tanto altro nell’atmosfera del gioco e della comunicazione.
Partirà in ottobre un mio corso yoga presso il Vaso di Pandora, in zona Dergano. Sarà il mercoledì dalle 19,45 alle 21 Il corso si ispira allo Yoga Ratna, il gioiello dello yoga, ma spazia anche su altre tradizioni.
Nelle lezioni praticheremo
– i kriya e le sequenze di asana (posture) per purificare e rafforzare il corpo
– i mantra per allontanare l’ansia e la paura
– il pranayama (tecniche respiratorie) per potenziare l’energia vitale
– i mudra per migliorare la concentrazione e la salute
– il rilassamento profondo per trovare la pace
– gli yantra per favorire le intuizioni
– momenti di meditazioni mindfulness per incontrare noi stessi.
Come sempre cureremo in modo particolare lo studio del respiro e il rilassamento. Quest’anno il tema sotto traccia sarà la bellezza: la bellezza dei movimenti consapevoli guidati dal respiro, la bellezza del sentire tutto il proprio corpo vivo, fino all’ultima cellula, la bellezza di coltivare la compassione verso noi stessi e la gratitudine per quel che ci viene offerto, la bellezza di ritrovarsi in amicizia in un cammino condiviso.
Scrive il maestro Paramananda in Deeper Beuty: “Quando cominciamo a meditare ci apriamo alla possibilità di entrare in una nuova relazione con il nostro corpo. Noi spesso siamo preoccupati del nostro aspetto, per un senso di noi stessi basato su una superficiale idea della bellezza condizionata dalla nostra cultura. Però, c’è una altra, più profonda bellezza che viene dal sentirsi a nostro agio nel corpo e nell’abitare il nostro corpo pienamente”
Costo per il primo trimestre, 11 lezioni del 7 ottobre al 16 dicembre (1 lezione di prova gratuita) 150 euro.
Fotografia Ortensia di Toni Meneguzzo
Nella collana Mindfulness, teoria e pratica , edita dal Corriere della Sera, è uscito un mio testo sull’alimentazione in chiave mindfulness. Di solito si pensa al cibo in termini di arte culinaria e scienza nutrizionale. Il mindful eating allarga il campo di indagine, porta a considerare i vissuti, le emozioni, le sensazioni corporee e i pensieri che influenzano il modo di alimentarsi, offre le chiavi per liberarsi dalle abitudini alimentari nocive, nel rispetto della sostenibilità ambientale. Il libro contiene informazioni utili, strategie salutistiche ma soprattutto consiglia di aver fiducia nella saggezza del corpo che la mindfulness insegna ad ascoltare.
All’interno del libro ci sono delle meditazioni che si possono ascoltare tramite dei Qcode e degli esercizi di consapevolezza-
Il primo febbraio 2025 a Milano conduco un incontro yoga su samtosa, l’essere contenti, un precetto del raja yoga che invita a coltivare uno stato d’animo di pienezza e apertura, che è ben diverso dall’accontentarsi. Su questo tema è uscito un numero di Percorsi Yoga, la rivista della YANI, contenente un mio contributo dove ho voluto ricordare testi letterari che esprimono samtosa.
Incollo qui quel contributo: Nella chiara luce della presenza mentale
Anni fa, apprezzando il romanzo Addio a Berlino di Christopher Isherwood (da cui è stato tratto il film Cabaret) decisi di leggere altri libri dell’autore. Proseguii dunque con La violetta del Prater rimanendo profondamente colpitada una delle scene finali del libro dove i due protagonisti, un giovane scrittore e un navigato regista ebreo/austriaco, tornano a casa, di notte, a Londra.
Ecco la scena, la traduzione è mia.
Era quell’ora della notte in cui i lampioni sembrano splendere con una innaturale, remota brillantezza, come pianeti dove non c’è alcuna vita. King’s Road era bagnata e buia, deserta come la luna. Non apparteneva al re, o a qualsiasi altro essere umano. Le case avevano serrato le loro porte contro tutti gli stranieri, erano immobili, aspettando l’alba, le cattive notizie e il latte. Non c’era nessuno in giro. Neanche un poliziotto. Neppure un gatto.
Era quell’ora della notte nella quale l’ego degli uomini si assopisce. Il senso di identità, di possesso, del nome, indirizzo e numero telefonico diventano molto flebili. Era l’ora nella quale un uomo trema, alza il bavero del suo cappotto, e pensa, “Sono un viandante. Non ho una casa”. I due protagonisti, in tutto il libro, sono angosciati per l’avanzare del nazismo inAustria ma in questo brano, in quella notte, Isherwood cambia registro, apre la scrittura a un senso di spazio e di presenza che per me sono due aspetti fondamentali di santosha, che forse non è tanto l’essere contenti quanto essere, essere pienamente, il che porta automaticamente a uno stato di coscienza aperto, libero, privo di angustie e perciò felice, nel senso in cui si dice “fu un momento felice”, un momento di consapevolezza.
Non mi stupii quindi di scoprire poi che Isherwood era discepolo di Swami Prabhavananda dell’ordine di Sri Ramakrishna fondatore della Vedanta Society of Southen California e che aveva scritto libri meravigliosi sulla ricerca spirituale, che lessi, come Un uomo solo, Incontro al fiume, Il mio guru e aveva co-tradotto con il suo guru per la prima volta in inglese la Bhagad gita nonché Ramakrishna e i suoi discepoli, oltre a molto altro.
Aprirsi a sé stessi e al mondo con gioia
La scrittura rivela e comunica il grado di “santosha” di un autore. Quelli bravi, penso ad esempio a J.M. Cotze, illuminano con il loro rigore intellettuale (come J.S. Bach fa con la musica) ma alcuni vanno più in là, ci fanno partecipi di una appagata, consapevole apertura al mondo-vita.
Clarice Lispector, considerata la migliore voce della letteratura brasiliana del Novecento, nei suoi libri regala questi momenti di rivelazione anche se per altro affermò: “Ciò che sento non è traducibile. Io mi esprimo meglio con il silenzio”. In un suo libro, non ricordo quale, cito a memoria, scrive qualcosa come: era domenica, suono di campane, faceva caldo e la fontana zampillava come sempre, sembrava noia, era felicità. Dicendo, in una sola frase risuonante, che senza presenza mentale è impossibile provare santosha; una mente affastellata da ricordi, aspettative e pretese nei confronti della vita impedisce di percepire perfino la felicità che sta a portata di mano.
Ryokan, monaco zen e eremita giapponese, grande poeta, scrive in una sua poesia:
Primo giorno di primavera- cielo blu, sole splendente,
Ogni cosa sta diventando fresca e verde.
Portando la mia ciotola della elemosina, cammino lentamente nel villaggio.
I bambini, sorpresi di vedermi,
gioiosamente mi circondano, fanno sì che
il mio giro di elemosina si fermi alla porta del tempio.
Metto la mia ciotola sopra una roccia bianca e
Appendo il mio sacco a un ramo.
Qui giochiamo con l’erba selvatica e tiro una palla,
Per un po’, io gioco a prenderla mentre i bambini cantano;
Poi è il mio turno.
Giocando così, qui e la, ho dimenticato il tempo.
I passanti mi guardano e ridono di me, chiedendo:
“Quale è la ragione di questa follia?”
Non rispondo, faccio solo un profondo inchino,
Anche se rispondessi, non capirebbero.
Guardate attorno! Non c’è niente oltre a questo.
Per Ryokan vivere è essere sé stessi, pienamente, nel momento presente. Quando dice “Guardate attorno! Non c’è niente oltre a questo” suggerisce che la maggior parte del tempo, per mancanza di presenza mentale, non vediamo l’opportunità di gioia che abbiamo di fronte e la possibilità di essere autentici.
Nella scrittura, come in Ryokan, santosha si rivela spesso con una esemplare semplicità ma come dice ancora la Lispector: “Che nessuno si illuda: si raggiunge la semplicità solo dopo un lungo lavoro”. E così come per trovare santosha nella scrittura serve liberarsi dai manierismi e affidarsi alla specificità della propria ricerca e del proprio sentire, così nella vita per provare questa benedetta contentezza è necessario liberarsi, ecco il valore della pratica spirituale, della pesantezza dei pensieri inutili: rimasugli di karma, scarsa autostima, celati sensi di colpa o di inadeguatezza, stupido orgoglio, ossequio acritico alle norme sociali. Serve sentirsi leggeri, liberi, anche di giocare, come Ryokan. Santosha è un’attitudine positiva e calorosa verso sé stessi e gli altri, è equanimità, è benevolenza, è soddisfazione di sé. Arriva spontaneamente, non si può decidere, è uno stato di coscienza non una volizione. E’ il risultato, verrebbe da dire scontato, di un comportamento relazionale/sociale etico e della pulizia operata con saucha nel corpo, parole pensieri, comportamento.
Sconfiggendo la paura
Il santo yogi e poeta medievale tibetano Milarepa che visse da eremita in una caverna, tra il Nepal e il Tibet, nelle condizioni più dure, terrificanti, e nella più completa solitudine, esemplifica nei suoi canti la gioia che deriva dal comportamento etico e dal cammino spirituale. Cito alcune strofe del VI canto. 2)
…
Poiché tutto ciò che faccio è conforme al dharma, sono felice …
Poiché il pensiero della morte non mi fa paura, sono felice;
Avendo conquistato le migliori condizioni
Per la pratica del Dharma, sono felice;
Avendo cessato di compiere azioni malvagie e avendo smesso di peccare spesso, sono felice.
Percorrendo il sentiero dei meriti, sono felice,
Divorziato dall’odio e dal pregiudizio, sono felice…
Assorto nella quiete e nell’equilibrio mentale, sono felice,
Usando la mente per osservare la mente, sono felice;
Senza speranza e senza paura, sono felice…
In un altro suo canto risponde così a dei novizi che trovano le sue condizioni materiali e il suo totale isolamento terribili:
E’ in questo posto così solitario
Che io, lo yogi Milarepa
Sono pieno di gioia nella Chiara Luce della Realizzazione del Vuoto.
La sua felicità non dipende dalle condizioni, ma dalla realizzazione della mente non duale, che paragona a una chiara luce, uno stato di coscienza di completa apertura e libertà.3 Milarepa gode della assoluta equanimità. Circostanze felici o tristi per lui sono uguali, perché permettono comunque l’inesauribile manifestazione della mente illuminata. La sua è una gioia trascendente, una gioia che trascende la paura. 3)
Riporto un commento al suo canto del maestro buddista Sangharakshita. 4)
“Non è che Milarepa sia felice nonostante il suo isolamento. Lui è felice in quello. Non sta tentando di attaccarsi alla propria gioia, di fatto, la lascia andare. Non sta facendo del suo meglio per essere positivo in una situazione difficile, lui vede la situazione in termini positivi. E’ felice di essere senza nessun compagno nonostante offra la sua felicità al benessere di tutti gli esseri. Nelle remote montagne del suo eremo Milarepa rinuncia all’ attaccamento alla comunità umana, alla proprietà, a ogni senso di sé separato. E lo fa non per l’amore di una esistenza miserabile fatta di deprivazioni, ma per godere con maggiore felicità della piena beatitudine della Chiara Luce del Vuoto”. (pos 909 )
Per noi, che santi non siamo, che probabilmente proveremo santosha solo a sprazzi, che abbiamo ancora tanta pulizia interiore da fare con saucha, Milarepa (come Ryokan) è davvero importante perché ci mostra e ci ricorda che la vita spirituale è intesa a portare gioia e che se non la troviamo via via di più nel nostro cammino significa che qualcosa non va; forse seguiamo un insegnamento che non è adatta a noi o lo seguiamo solo per un errato senso del dovere. Santosha è la prova del nove. Ci invita a coltivare un essere nel mondo in piena consapevolezza e apertura del cuore, evitando un misero “comportarsi bene” basato sulla auto-repressione che impedisce la vera gioia. Perciò concludo, non potrei altrimenti, questo brevissimo rimando a testi letterari che mi ricordano santosha, con qualche verso di Song of a Yogi’s Joy “la canzone della gioia dello yogi” di Milarepa, e nel leggere i versi vi invito ad immaginarlo cantarli radioso per tutti noi, oltrepassando i secoli, dall’alto del suo eremo.
Più grande lo stress e i tormenti
Piu uno può essere allegro e brioso.
Che felicità non sentire nessun disturbo o malattia;
Che felicità sentire che la gioia e la sofferenza sono la stessa cosa;
Che felicità muovere il corpo
Con il potere risvegliato dallo yoga.
Saltare e correre, danzare e fare dei balzi, è ancora più gioioso.
Che felicità intonare una canzone vittoriosa,
Che felicità cantare e far risuonare la voce
Ancora più felice di parlare e cantare a squarciagola.
Felice nella mente, potente e fiducioso,
Entrato nel regno della Totalità
note
1)Ryokan, One Robe, One Bowl: the Zen Poetry of Ryokan, trans John Stevens, Weatherhill, New York and Tokyo, 1977, p. 46, traduzione in italiano di Emina Cevro Vukovic.
3 Nel buddismo la mancanza di paura abhaya è considerata uno dei frutti più alti del cammino spirituale.
4) Sangharakshita, Yogi’s joy , Windhorse Pubblication, 2006, Cambridge, un commento a tre canzoni di Milarepa, traduzione Emina Cevro Vukovic
5) Ripreso da Paramananda, Deeper Beauty; Buddidhist Reflection on Everyday Life, Windhorse Pubblications, Cambridge, 2001, traduzione di Emina Cevro Vukovic
La docente e ricercatrice Traci Mann nel libro Secret from the Eating Lab, the Science of Weigh Loss, the Mith of Will Power, andwhy you Should Never Diet Again spiega scientificamente e dimostra statisticamente che chi segue delle diete dimagranti finisce, dopo un primo periodo di perdita di peso, con l’ingrassare. Smonta il mito che basti la forza di volontà, che risulta impotente rispetto la biologia, e offre un altra importante considerazione, sempre dati statistici alla mano, per una lunga vita più che la dieta e il controllo del peso serve una costante attività fisica. Ve lo segnalo perchè leggo molti libri sull’alimentazione, è un tema che mi interessa da sempre, e questo libro offre nuovi interessanti dati. L’autrice ha fondato presso l’University del Minnesota the Health and Eating Lab. Le sue ricerche sono state finanziate da NIH, USDA e NASA. Il suo consiglio? Rispettare il set point, la propria costituzione, e non imbizzarrire il metabolismo affamandolo.
Nell’estate 2023, nonostante il caldo, ho scritto tre piccoli libri dedicati alla meditazione: La gioia, La bellezza, La solitudine. Quello sulla bellezza è stato per me il più interessante. La bellezza è un concetto sfuggente, mi ha davvero dato da pensare, ho letto molto, riflettuto e alla fine sono abbastanza soddisfatta del risultato: è emerso chiaro il legame tra bellezza e meditazione.
La pratica della meditazione crea uno spazio interiore dove ogni forma di bellezza può manifestarsi e diventare realtà viva, trasformatrice. La contemplazione del bello necessita di questa disponibilità spaziosa, risonante. Si può dire che chi accoglie in se le cose belle diventa esso stesso bello nella sua vita interiore. Se contempliamo la meraviglia della natura, se leggiamo poesie, se ascoltiamo la dolcezza del flauto, la memoria accumula un deposito di bellezza a cui si può ricorrere nei momenti di inquietudine per trovare serenità.
Il libriccino in questione non si trova più in edicola, si può ordinare on line nella collana Meditazioni Quotidiane pubblicato dal Corriere della Sera, o scrivetemi in qualche modo ve lo faccio avere.